C’è la fila per questo lavoro

Ieri il ministro degli interni Matteo Salvini ha pensato bene di fare l’ennesimo tweet contro di me virgolettandomi come... Pubblicato da Michela Murgia su Mercoledì 17 aprile 2019

Mi ritrovo molto nelle parole del post Facebook di qualche giorno fa di Michela Murgia. Concordo con le sue conclusioni ma sopratutto mi rivedo nelle sue esperienze. 

Ho iniziato anche io a lavorare molto presto. Nessuno me lo ha mai chiesto o imposto. Eppure la voglia di imparare cose nuove e di sentirmi utile è nata in me molto presto. Avevo 16 anni quando indossai un grembiule da cameriere per la prima volta. Servivo pizze. Fu forse l’estate più lunga e faticosa della mia vita da 25 enne. Quasi 100 giorni di lavoro fino a notte fonda. Si andava a dormire quando c’era silenzio e spazzare tra i tavoli alle 3 di notte era il momento più rilassante della serata.

La sensazione era quella di non riuscirmi a svegliarmi la mattina dalla stanchezza che mi aveva accompagnato a letto. Il pomeriggio mi godevo un po’ di mare, solo, avvolto nella lettura di un libro o addormentato con le cuffie alle orecchie. Poi di corsa a casa, una doccia veloce e pronto ad attaccare il turno alle 18. Si tiravano le 2 a volte le 3. Servivamo anche 150 coperti in piazza del Popolo a Fermo. Fu però anche una delle esperienze più divertenti della mia vita. Se porto alla memoria i ricordi di quelle settimane, rido ancora come fossi lì. Spero succederà sempre.

Da lì in poi il lavoro ha accompagnato tutte le fasi della mia vita, anche se non rappresentava la mia occupazione principale. Nel periodo del liceo, per anni interi mi sono occupato di atletica leggera. Seguivo le manifestazioni come responsabile della segreteria, ho iniziato a 16 anni. Compilavo Excel, coordinavo giudici, ascoltavo le esigenze di atleti e allenatori. Anni entusiasmanti, carichi di soddisfazioni ma anche di quella fatica sempre necessaria per confrontarsi con esperienze mai avute prima, con le prime delusioni lavorative, con quella competitività che caratterizza il mondo dei grandi. Imparai che a volte riporre troppa fiducia in qualcuno può ritorcersi contro e farti male. Ma imparai anche che ricevere fiducia ti riempie di adrenalina. La domenica sera tornando verso casa dai campi di gara. In treno provavo a studiare per il giorno successivo. Con la matita perfettamente appuntita annotavo sopra agli autori greci accenti, parentesi, virgole. Cercavo di ricordare declinazioni, complementi, figure retoriche. Una fatica immane con gli occhi che si chiudevano.

Il rendimento scolastico ne risentiva inevitabilmente, ma la monotonia della scuola non mi era sufficiente, avevo bisogno di quell’entusiasmo, quel mettermi in discussione, quell’imparare cose nuove che queste occasioni riuscivano a darmi. Sapevo anche che un buon voto di maturità non sarebbe bastato per molto, occorreva darsi da fare di più. Anche all’università non ho mai smesso di lavorare. Partivo ancora per i campi di atletica, in giro per l’Italia e per l’Europa. In mezzo a sessioni di esami incastravo treni e voli, mollavo tutti e andavo a lavorare. Era quello che volevo, mi sembrava un naturale sviluppo della mia indipendenza.

La prima esperienza lavorativa vera, full time, è arrivata due anni fa, venti giorni prima del mio ventitreesimo compleanno. Anche lì, era per me normalità, ma mettevo a frutto anni di piccoli lavori che in un modo o nell’altro sono riusciti ad aiutarmi a maturare.

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Il post di Michela Murgia mi fa quindi tornare a riflettere su un tema sempre molto trattato: il totale distacco dalla realtà della nostra classe politica. Dal più giovane al più vecchio, sono veramente pochi quelli che vantano un numero rilevante di esperienze lavorativa utili al ruolo che ricoprono. Quelli che le hanno, troppo spesso pensano che possa bastare essere stata una ragioniera per dirigere il ministero dell’economia e della finanza. Questo tema richiederebbe ancora pagine e pagine di approfondimento. Sicuramente la riflessione della Murgia mi ha riportato alla memoria il libro di Marta Fana, Non è lavoro è sfruttamento, letto recentemente. Marta Fana si dedica ad approfondire il tema dei diritti dei lavoratori e prova a riunire in capi saldi le azioni dei governi degli ultimi 20 anni che hanno contribuito a distruggere il mondo del lavoro. Ci hanno “venduto” la flessibilità come un privilegio, quando in realtà è solo un espediente per privare il lavoratore di diritti fondamentali i cui costi dovrebbero ricadere sul datore di lavoro. Mentre così non accade.

Ci hanno anche continuato a ripetere che siamo una generazione di choosy, schizzinosi. Forse qualcuno, ma piuttosto vedo una generazione di disperati disposti a tutto. Ad accettare di lavorare gratis, senza diritti, conoscendo condizioni contrattuali a lavoro iniziato, senza mai avere la possibilità di controbattere. Non parlo di quelle notizie ascoltate al telegiornale. Penso a persone che conosco, a miei amici, ai racconti davanti a uno spritz dopo una giornata di lavoro. “Vuoi lavorare? Queste le condizioni. Non ti stanno bene? C’è la fila di gente che vuole fare questo lavoro”. La sintesi.

Ciò che però è ancora più grave e che distrae le menti è proprio la narrazione che ogni classe politica porta avanti nell’individuare — ed indicare — un nemico diverso dei lavoratori. Eccolo. Il nemico. Prima erano i baby pensionati, poi i dipendenti della pubblica amministrazione, poi gli immigrati e così di seguito. Ancora una volta siamo distratti dalla retorica del nemico, che ci sottrae il lavoro, che ci ruba la casa, che ci porta via il futuro. Quanto ci dedichiamo ad osservare l’azione dei nostri governanti, che anno dopo anno stanno privandoci di ciò che ci spetta? Salvini e Di Maio vogliono indicarci la strada e come dovremmo comportarci per trovare lavoro, per spingere il paese alla rinascita, per essere dei perfetti cittadini. Ma quanto ne sanno loro di cosa significhi lavorare dall’età di 16 anni senza che nessuno ce lo ha chiesto?

Queste 135 mila condivisioni sono sintomatiche, a mio parere, di come oggi il tema principale su cui la politica debba confrontarsi è proprio restituire dignità ai lavoratori e aiutare una generazione, la mia, ad andare a lavorare senza perdere la voglia di vivere. Senza dover scegliere se è meglio lavorare inseguendo i propri sogni e smettere di avere una vita personale o poter conciliare diritti, sogni e vita privata.

Io ci penso spesso. Ora dormo, domani mi aspetta un colloquio per una posizione a partita iva dove la retribuzione non la decido io, in quanto libero professionista, ma il datore di lavoro.