La fine degli open space

Più che la fine degli uffici a favore dello Smart Working il lockdown ha decretato la morte degli Open Space.

Sono stati così osannati dall’architettura degli anni 2000 perché favorissero la condivisione, il team building, lo stare insieme, un nuovo modo di lavorare. L’idea di non avere un posto fisso ma cambiarlo di giorno in giorno era il futuro. Di narrazioni a riguardo ne abbiamo sentite tante. Alcune sono vere, è innegabile.

Se la tua azienda non ti presenta il suo open space al primo giorno di lavoro, stai andando a lavorare in un passato remoto non degno di memoria.

Il problema, però, è che in quegli spazi poi ci devi lavorare. Tu, non qualcun altro.

Stare a casa 3 mesi lavorando da soli, in un personale silenzio, ci ha aiutato a capire che è troppo faticoso concentrarsi seduti in sei intorno allo stesso tavolo.

Troppo spesso si lavora in ambienti affollati di unit diverse (che quindi si occupano di cose diverse), gli stili di lavoro completamente inconciliabili, ciascuno va per la sua strada tra chi telefona, chi fa brainstorming, chi conference call, chi deve montare un video e quindi necessita del volume alzato. Spesso questo avviene anche in coworking dove ci si trova a lavorare nello stesso ambiente con aziende diverse: chi vende auto, chi assicurazioni, chi fa il grafico, chi la start-up innovativa.

È fattibile? Forse no.

Gli open space di positivo hanno la luce, che entra su un ambiente grande, lo illumina e ti dà il piacere di passare ore in un luogo sorridente. Nulla di più.

Ecco allora che l’ufficio “anni ’80” (come lo chiama qualcuno), dove a un certo punto chiudi la porta e ti concentri, un senso ce l’ha ancora. O no?

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