Me l’ha detto Margherita.

Ho quest’immagine nella testa, che spesso mi piace ricordare con me stesso. Voglio fissarla da qualche parte per paura di perderla per sempre affidandola solo alla mia memoria.

È un giorno feriale come un altro. Sono a Fermo, forse in pausa da esami, o a casa per un weekend. Come sempre accade quando noi fratelli che viviamo fuori facciamo rientro alla casa madre, mio fratello Francesco con Giulia e mia nipote Margherita sono invitati a pranzo. Nulla di più semplice. Non è il pranzo della domenica, non c’è un’occasione da festeggiare. Mio padre che esce da lavoro, ci raggiunge ed è un giorno qualsiasi.

Margherita ha forse due anni, parla già, cammina già, ma è ancora piccola. Con quella vergogna tipica di una bambina che si affida a chi vede sempre vicino a sé. Ancora solo legata ai genitori e ai nonni. Un po’ diffidente nei miei confronti. In fondo sono lo zio che vive fuori casa, che vede quattro o cinque volte l’anno e che è così strano e giovane da non farsi chiamare nemmeno “zio”. Non è ancora quel periodo in cui mi cerca in continuazione o vuole giocare solo con me, come poi succederà. 

Io la osservo in ogni suo movimento, cercando di fissare nella mia memoria ogni istante, sguardo, movimento delle mani, tenerezza che possa portare con me, lontano, a Milano. Sorrido. Cerco di non distrarmi. Non devo perdere neanche un attimo. Ma lei è decisamente più diffidente nei miei confronti. Servirà pazienza.

Giulia, la mamma, non ricordo perché ma si butta in un discorso strano e comincia a dire cose a Margherita, mentre tutti siamo in silenzio e noi le osserviamo. Si parla di gradi di parentela.

Nulla di più semplice e banale, no? Non proprio. Giulia comincia a farci vedere che Margherita non sa chi siamo, non ci distingue. 

E comincia:

Giovanni… è il fratello di papà.

Pausa. Silenzio.

Margherita con gli occhi di fuori. Non ci crede. Non capisce. Che vuol dire? Espressione stupita.

Giulia ci riprova e con voce calma, parola per parola dice:

Nonno… è il papà di papà.

Pausa. Silenzio.

Margherita aspetta. Si guarda intorno. Persone adulte che la osservano e che cercano di incastrarla in logiche nuove. Perché?

Giulia assesta il colpo finale:

Nonna… è la mamma di papà.

Pausa. Un silenzio che Margherita prontamente riempie con un sonoro Nooooooooo. Ride. È incredula. Non è possibile. Di mamma al mondo ce n’è una, la mia. Com’è possibile che papà abbia un’altra mamma? E che quella mamma sia qui? Lei. Che prenda anche un altro nome? Ma com’è proprio possibile? Che vuole dire?

Giulia conclude con tutti noi e sintetizza: 

Questi ragionamenti sono ancora un po’ complicati. 

Abbiamo notato.

Passa qualche giorno e io ripenso a questa scena, a quegli sguardi, a quella faccia tra il sorridente e lo sconvolto di Margherita. Forse si sentiva presa in giro.

Ci ripenso e mi interrogo. Capisco che Margherita non aveva capito niente dei nostri gradi di parentela. Del perché vivessimo sotto lo stesso tetto, condividessimo la stessa tavola, ci relazionassimo l’un l’altro. Non ha pochi mesi, ha più o meno due anni. Sa già come va il mondo. Gioca, corre, mangia da sola. Dorme qui. Si addormenta tra le nostre braccia. Ma non sa chi siamo. 

Forse non lo sa, ma forse anche non le interessa.

Non le interessa che nelle nostre vene scorra lo stesso sangue, che siamo nati dallo stesso atto d’amore, che siamo cresciuti insieme biologicamente. Tutto ciò non le interessa. Si è affidata a noi dal primo giorno, si sente circondata da persone che giocano con lei, che le preparano da mangiare, la saziano, le portano da bere, la imboccano se ha bisogno, la cullano prima di addormentarsi. È in mezzo a noi, tra gente sconosciuta che col tempo a imparato a conoscere, tra un gioco e l’altro, un sorriso più o meno frequente, un pianto. È la sua brevissima vita in mezzo a tutta questa gente di cui ancora fatica a giustificare l’esistenza.

Non le interessa. Che siamo fratelli, cugini, madri, padri dei suoi genitori non le interessa. Fin ora le è solo interessato che qualcuno si prendesse cura di lei e la amasse, col sentimento più sincero e profondo che potesse darle. 

Non ci ha chiesto spiegazioni o giustificazioni, è cresciuta tra di noi e le è andato bene. Perché solo del nostro calore aveva bisogno. 

Mi porto dentro quel ricordo perché mi sembra un’ottima dimostrazione di come in fondo i legami familiari siano una sovrastruttura che non ha nulla a che fare col sangue. Non interessava a Margherita, come non interesserà a nessun bambino, in qualsiasi famiglia si trovi a crescere. Gli basterà l’amore e l’attenzione delle persone che lo circondano.

Io ci credo.

Me l’ha detto Margherita.