Quel coito interrotto che è LinkedIn

LinkedIn cresce, ogni giorno di più. Lo si vede tutti i giorni specialmente da come utenti utilizzino questa nuova piattaforma con la stessa grammatica di altri social network, come ad esempio Facebook o Instagram, in tal modo trasformandolo in un “reportage” di foto — quasi come se si scorresse la timeline di Instagram — o con commenti polemici che nulla hanno a che vedere col mondo del lavoro — come spesso si vede nella home di Facebook.

La tendenza a traslitterare lo stesso modus comunicandi da un social all’altro costituisce un risvolto tipico della comprensione del nuovo mezzo. McLuhan affermava che alla nascita della radio, i creatori di contenuti hanno cercato di comprendere le potenzialità del nuovo mezzo utilizzandolo per diffondere notizie, come se fosse carta stampata. Così per il cinema, prima di indagarne gli orizzonti possibili ci si limitò a trasmettervi i cinegiornali, come si faceva nella radio. Così quando arrivò la tv inizialmente si trasmettevano tantissimi sceneggiati, che erano una grammatica tipica del cinema, più che del piccolo schermo.

Su LinkedIn stiamo ancora procedendo per tentativi. Gli utenti che popolano la piattaforma, infatti, stanno sperimentando diverse tipologie di linguaggio per individuare quella più adatta al nuovo strumento, anche e soprattutto per individuarne le potenzialità da sfruttare nel prossimo futuro.

Da settimane sto condividendo su LinkedIn le riflessioni che pubblico su questo blog, che ultimamente mi vede scrivere su argomenti riguardanti metodo di lavoro, team-building, processi aziendali che faccio miei e mi sento di condividere con chi abbia voglia di leggerli.

I risultati sembrano esserci, ne è scaturito un dibattito con alcuni, vedo apprezzamenti sinceri, persone che hanno letto con attenzioni i miei spunti. Questo fa sempre piacere. Costituisce l’esempio di uno dei tanti aspetti positivi di questa nuova piattaforma: lo sviluppo del personal branding, che tradotto è “la marca della persona”. Infatti, preso per assioma che ciascuno di noi è una marca — allo stesso modo di Nike, Apple o Adidas —, si vende e si comporta sui social come tale, promuovendosi a un pubblico di utenti e fruitori. L’obiettivo finale può essere la ricerca di un lavoro — messa in atto tramite la condivisione del proprio pensiero invece che mediante il classico invio di curriculum — la presentazione a potenziali clienti, oppure semplicemente la creazione di una rete di contatti personali.

Sempre più spesso però mi convinco che LinkedIn, così come sta funzionando oggi, raggiunge e sarà destinato a raggiungere solo la metà delle sue potenzialità. Progressivamente, sto maturando l’idea che LinkedIn non riuscirà mai in quell’obiettivo, che sarebbe assai più nobile del primo appena descritto, che è proprio il miglioramento della condizione del lavoratore in Italia. Uno strumento del genere potrebbe infatti diventare un valido alleato nella creazione di una fitta rete di lavoratori che si riuniscono per scambiare esperienze lavorative personali, condividendo pro e contro delle stesse al fine di creare una coscienza collettiva, fonte di ricchezza funzionale al miglioramento della condizione occupazionale di tutti. Così come Facebook e Instagram hanno magari aiutato un giovane omosessuale a vivere meglio la propria vita soltanto ispirandosi al post condiviso da un pari dall’altra parte d’Italia, così LinkedIn potrebbe fungere da filo rosso in grado di connettere due lavoratori sfruttati intenti a fronteggiare contemporaneamente — chi a Milano, chi a Palermo — le ingiustizie sociali in due parti d’Italia.

Eppure, ad oggi, questo non potrà mai accadere e ciò per il semplice motivo che tra la rete di “collegamenti” che ognuno di noi ha su LinkedIn, sono sicuramente presenti anche i tuoi datori di lavoro, che hanno libero accesso ai tuoi post. Sfido chiunque a trovare il coraggio per denunciare ingiustizie, facendo magari nomi e cognomi sulla pubblica piazza e chiamando in causa chi ti dà da mangiare e magari paga il tuo mutuo, anche e soprattutto alla luce della situazione economica corrente. Io stesso sono settimane che penso dubbioso sull’efficacia di scrivere un articolo del genere: so bene, infatti, che tra i potenziali lettori c’è anche il mio datore di lavoro il quale, leggendo queste righe, si interrogherà senza dubbio sulle ragioni che mi hanno spinto a scrivere queste riflessioni.

La verità è che oggi il problema che affligge l’intera nostra generazionecome racconta Marta Fana nei suoi due libri, da me già consigliati e che trovo semplicemente necessariè il lavoro e la condizioni del lavoro che siamo costretti ad accettare in questa Italia. Dal lavoro gratuito, ai contratti-fantasma, per non parlare di contratti parziali, part-time obbligati, assenza di assicurazioni e diritti, di attrezzature mai fornite, di frasi calpesta dignità che siamo costretti a sentire: “Se vuoi lavorare o così o niente!”, “C’è la fila per questo lavoro!, soltanto per citarne alcuni (e potendo allungare ulteriormente l’elenco).

Durante questa quarantena ho sentito diverse persone raccontare della cassa integrazione, legittimamente concessa loro dai propri datori di lavoro. Il problema poi è che gli stessi datori di lavoro, dopo aver promesso garanzie, pretendevano che si lavorasse allo stesso modo. Insomma: tu lavori comunque ma lo stipendio — ovviamente ribassato — te lo paga lo Stato, mica io. Tralasciando i profili di evasione fiscale insiti in questo meccanismo malato, nel fitto mondo di internet non ho letto nemmeno un post che denunciasse questa situazione, raccontando magari di come quei lavoratori si sono comportati o hanno reagito davanti a tali ingiustizie. Nessuno ha osato alzare la voce, anche soltanto per chiedere un consiglio di qualsiasi natura.

Questo è soltanto uno dei tanti, possibili esempi. Se oggi, dando per scontato che condivisione equivale a ricchezza, che internet ha consentito di mettere insieme le esperienze di un’umanità fino a qualche anno fa molto più frammentata, colmando alcuni divari sociali che potevano sembrare insormontabili, e che si è stati in grado di raggiunge tale risultato soltanto tramite la trasposizione delle proprie esperienze in un post fatto di linguaggio e parole, fatte queste premesse oggi LinkedIn — la piattaforma di condivisione del mondo del lavoro — è del tutto inutile.

LinkedIn è un coito interrotto.

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